Le (strane) competenze richieste da Google ai propri Manager

Quali sono le competenze richieste da Google ai propri manager? Negli ultimi dieci anni Google ha selezionato i propri dipendenti sulla base dei risultati di un progetto di ricerca, denominato Project Oxygen.

Curiosamente, i dipendenti di Google non sono stati selezionati principalmente sulla base delle loro abilità complesse, come l’abilità tecnologica, ma soprattutto per le loro competenze trasversali, riservando più importanza all’intelligenza emotiva rispetto alla formazione su computer o sistemi. Tra le qualità più importanti dei migliori dipendenti di Google, competenze tecniche come scienza, tecnologia, ingegneria e matematica sono arrivate per ultime. Le sette caratteristiche principali del successo in Google sono tutte le competenze trasversali.


Project Oxygen ha dimostrato che le competenze trasversali superano le competenze tecniche.

Quindi quali sono le più importanti qualità che un grande manager dovrebbe avere, secondo Project Oxygen? Eccole.

  • Essere un buon leader
  • Comunicare e ascoltare bene
  • Possedere intuizioni sugli altri (compresi i diversi valori e punti di vista degli altri)
  • Avere empatia nei confronti dei colleghi ed essere di supporto
  • Essere un buon pensatore critico
  • Essere un buon risolutore di problemi
  • Essere in grado di stabilire connessioni tra idee complesse

Un secondo studio di Google, Project Aristotele, ha analizzato i dati sui team creativi e produttivi ed ha rivelato che le idee più innovative e produttive dell’azienda non provengono tanto dai suoi “A-team”, costituiti dai migliori scienziati ed ingegneri, quanto invece dai suoi “B-team”, composti cioè da dipendenti, che non sempre sono le persone più quotate o titolate presenti nello staff di sviluppo. Il progetto Aristotele ha dimostrato che i migliori team di Google mostrano una serie di competenze trasversali:

  • Uguaglianza
  • Generosità
  • Curiosità verso le idee dei compagni di squadra
  • Empatia
  • Intelligenza emotiva
  • Sicurezza emotiva (cioè sentirsi sicuri di parlare e di poter commettere errori senza sentirsi giudicati).

In Italia, da anni ormai, attraverso il Piano Nazionale Scuola Digitale, parliamo di innovazione e digitalizzazione della scuola, ma troppo spesso questi sforzi si sono concentrati solo sulla dimensione tecnologica invece che su quella epistemologica e culturale. L’innovazione, però, non è un semplice dispiegamento di tecnologia e la tecnologia non può distrarsi dal fondamentale “rapporto umano” tra il docente ed il discente.

Insegno Tecnologia, sono un grande appassionato delle Tecnologie Digitali per l’Apprendimento, dalla Robotica Educativa alla realtà Aumentata, passando per le migliaia di Apps e piattaforme digitali, arrivando fino alle tecnologie per la fabbricazione digitale; su questi temi ho scritto, pubblicato materiali, video e tenuto svariati corsi di formazione rivolti ai docenti, ma oggi più che mai sento il bisogno di fermarmi un attimo per riflettere.

Il Lockdown del 2020 ci ha improvvisamente obbligato a cambiare il nostro modo di fare didattica, il digitale è entrato prepotentemente a far parte del nostro linguaggio collettivo, facendo diventare quotidiane e familiari parole come Zoom, Meet o videocall, riservate ad un pubblico molto ristretto di esperti o appassionati solo fino a pochissimi mesi fa; oggi sembra addirittura quasi impossibile tornare a fare scuola senza conoscerle.

Diciamocelo. Abbiamo avuto una ubriacatura digitale collettiva, e proprio come accade con l’alcool quando si è astemi, ne basta poco per far girare la testa. Ora però torniamo umani. Oggi più che mai dobbiamo ricordarci che per fare vera Didattica Innovativa nell’Era Digitale non bisogna cambiare gli obiettivi educativi; in altre parole non possiamo ridurre la Didattica al mero addestramento digitale; le competenze degli studenti, i loro apprendimenti, i loro risultati, e l’impatto che avranno nella società come individui, cittadini e professionisti sono più o meno sempre gli stessi, ciò che cambia in fretta invece sono gli strumenti.

Ma ricordiamoci che sono solo strumenti.

Nel suo libro “Vintage Innovation” John Spencer scrive: “Invece di concentrarci sulle competenze digitali per competere con l’Intelligenza Artificiale gli studenti devono sviluppare le soft skills. Hanno bisogno di sviluppare impostazioni mentali e abitudini profondamente “umane” che li differenzino dalle macchine. Tutto comincia dalla domanda:

“Cosa possono fare gli umani che le macchine non possono?”

L’Intelligenza Artificiale risolve problemi seguendo percorsi predeterminati o algoritmi. Gli studenti, invece, devono saper utilizzare anche il Pensiero Divergente per risolvere problemi complessi in modi unici. Con il coding e la robotica educativa abbiamo capito che possiamo stimolare negli studenti il cosiddetto Pensiero Computazionale, cioè la capacità di risolvere problemi complessi, scomponendoli per sottofasi di più semplice risoluzione. Si procede di fatto lungo un sentiero segnato, lineare, in una parola, un algoritmo. Di fatto applichiamo alle persone un metodo di procedere tipico delle macchine. Funziona, ma non basta. Ora abbiamo capito che le forme di pensiero, convergenti o divergenti che siano, vanno coltivate insieme. Dobbiamo recuperare l’urgenza di seminare empatia e creatività, mescolando sapientemente gli strumenti digitali con le attività manuali, i robot con il giardinaggio, le stampanti 3D con forbici e cartone.

Le competenze digitali degli studenti sono importanti, ma la tecnologia cambia troppo in fretta; per questo è sempre più evidente quanto sia inutile concentrarsi sul semplice “addestramento” all’uso di questi strumenti; potremmo dedicare ore ed ore all’uso del software X, dell’app Y e della piattaforma Z, per poi scoprire che è stata dismessa, superata o semplicemente resa inutile da un altro gadget ancora più innovativo. Avremmo perso tempo come docenti, ma soprattutto avremmo perso l’occasione per fare davvero la differenza per i nostri studenti. Ci sono invece competenze che sono, per così dire,”senza tempo”: creatività, collaborazione, pensiero critico, pensiero divergente e tutte quelle che, non a caso trovate elencate nei risultati del progetto Oxygen di Google. Torno a citare nuovamente Spencer per la conclusione di questo post:

“I Gadget tecnologici vanno e vengono. Una cosa rimane: l’impatto che, come insegnante, lascerai sulle vite dei tuoi studenti. Sei tu al centro dell’innovazione.”

J. Spencer

Buon nuovo anno scolastico a tutti noi.

Marco Torella

3 risposte a “Le (strane) competenze richieste da Google ai propri Manager”

  1. Grazie prof.Torella! Proprio ciò di cui avevo bisogno per convogliare le mie energie al meglio per il prossimo anno scolastico. W la collaborazione, l’empatia e la creatività!!!

  2. Mi è piaciuto e condivido l’articolo. Da docente non ho mai voluto studenti come bravi ripetitori, esecutori… Ma ragazzi capaci di destreggiarsi nella vita, con creatività e immaginazione.

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